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ANGELO TONELLI
40 anni di “clic” sui courts

Questo contenuto è stato pubblicato 9 anni fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali d’Italia.

 Dei settant’anni che la carta d’identità gli attribuisce, Angelo Tonelli ne ha passati più di cinquanta a fare fotografia e quaranta a fermare attimi di tennis. Una vita. Lo incontriamo al Foro Italico, per fare due chiacchiere sul torneo e sul tennis.

Ricordi le tue prime foto di tennis?
«Come no? Ero ai Giardini Margherita, nella mia Bologna, per fotografare la famosa finale per il titolo tra Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta».
Fu amore a prima vista con questo sport?
«Devo molto a Paolo Francia. Fu lui a «ingaggiarmi». Devi darti al tennis, mi disse»
E tu?
«Beh, io scattavo foto di sci, ricordo il freddo patito ai meno venti di Kitzbuhel. Chi me lo fa fare? mi chiedevo dopo quelle salassate. Francia ci mise un attimo a convincermi».
Come?
«Mi disse uno slogan che andava di moda allora: tennis follows the sun. Non ebbi più dubbi: fa al caso mio, gli risposi».
Cominciò così la tua seconda vita da fotoreporter…
«Già. La prima, in cronaca, è stata contrassegnata da foto importanti, ma dolorose».
Per esempio?
«Ricordo quando arrivai poche ore dopo la tragedia nella desolazione di Longarone, spazzata via dalla diga del Vajont. Ricordo che per tornare a valle fui costretto a salire su un’ambulanza piena di vittime».
Grandi personaggi incontrati fuori dallo sport?
«Mi alternavo tra cultura e cronaca: ho fotografato sir John Gielgud e Rudolph Nureyev».
La prima foto sportiva che hai scattato?
«Ennio Mattarelli, medaglia d’oro di tiro al piattello a Tokyo. Olimpiadi ’64”.
Quelle di tennis a cui sei più legato?
«Senza dubbio quelle della finale di coppa Davis a Santiago del Cile. In pratica un’esclusiva, perchè l’altro collega italiano accreditato – eravamo solo in due – consumò tutti i rullini per fotografare il Paese del dopo Allende».
La prima volta a Roma?
«Nel 1973. Credo vinse Ramirez».
Ora controllo… hmmmm, vinse Nastase. Quanti tornei hai seguito?
«Quanto tennis ho scattato? Bastano 120 tornei del Grande Slam, più o meno? E tutti gli altri ovviamente».
Si stava meglio quando si stava peggio?
«Per me sì. La fotografia, sportiva e non,  è in crisi, la fotografia di tennis… pure».
Il campione più ostico da fotografare?
«Panatta. Difficile fotografare gli amici».
Il più professionale?
«Borg. Gli davi un appuntamento e lui veniva prima».
Quelle a cui sei più affezionato?
«Ce ne sono tante. Quelle del Cile, l’ho già detto. Ma anche molte di ieri e di oggi. Per esempio quella scattata a Nole a Wimbledon, mentre allarga un asciugamano dietro di sè. Famosa».
Amici tra tennisti?
«Tanti, non tutti. Quelli del passato più di quelli di oggi. Lendl, Connors, Edberg, se mi vedono, mi vengono a salutare. Amici famosi, ma anche no: non importa. Per esempio ho appena visto Fioroni, te lo ricordi? Mi ha abbracciato. Che piacere».
Amici di oggi?
«Federer. Ogni tanto ci vediamo, non per tennis. Ma non solo lui».
Donne?
«Poche. Però le italiane e la Sabatini, per esempio. Ma un bel ricordo ce l’ho delle Williams».
Dica…
«Le ho viste crescere, allenate dal papà. D’estate in vacanza, vicino a Miami. Ho scatti di loro bambine».
Altri ragazzi divenuti famosi?
«Agassi. Seduto, vicino al suo campo di casa, a Las Vegas».
Posti indimenticabili?
«Ah, che domanda! Tutti e per motivi differenti. Però, se vuoi originalità… dico Il Cairo. Sì ricordo il torneo de Il Cairo quando Barazzutti ci andava e vinceva».
E’ cambiato il circuito?
«Tantissimo. Una volta il tennis era una vera e propria famiglia. Ricordo tavolate da amici, fuori Miami, con mezzo torneo a cena. E c’erano tutti. Qualcosa di impensabile oggi. Il mio mestiere purtroppo è in estinzione. Ed è già stato «massacrato» dalla rivoluzione digitale».
Le macchine fotografiche a te più care?
«La prima, avevo 15 anni: una Laika. Poi ricordo una Rollex. E poi tante Canon, di ogni tipo».
So che fai una collezione unica. Di nome e di fatto…
«Sì. Faccio collezione delle racchette dei numeri uno del mondo. Ne ho una ventina, forse più, ammucchiate a casa di un amico. Aspetto quella di Djokovic. L’ultima arrivata? Quella di Nadal, dopo un Australian Open. Il giorno dopo la fine del torneo, dopo aver fatto le foto di rito con la coppa, lui e il suo manager mi dicono: vieni con noi. Vado e mi regalano una racchetta. Dico: grazie Rafa, però devo confessarti che io tifo Federer. E lui risponde: a beh, anch’io. Sì sì, anch’io».

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