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Binaghi: “Il futuro del tennis è azzurro”

IlPresente e futuro degli Internazionali BNL d’Italia e del tennis italiano, gli obiettivi della Federazione Italiana Tennis, la grande crescita del padel. Tanti i temi toccati dal presidente della FIT Angelo Binaghi nell’intervista di Massimo Grilli al presidente della Federazione Italiana Tennis pubblicata a pagina 2 dello speciale Internazionali BNL d’Italia del Corriere dello Sport del 7 maggio 2022. Ve la proponiamo qui integralmente

Comunque vada (e chiunque vinca) sarà un successo. Gli Internazionali d’Italia si apprestano all’ennesimo trionfo, in termini di partecipazione popolare e di risultati economici. L’esaurito è stato ormai raggiunto, i campioni ci sono tutti o quasi (peccato per Matteo Berrettini e per Medvedev, numero 2 del mondo), il torneo ha superato senza farsi troppo male le due edizioni angustiate dalle limitazioni dovute alla pandemia e ora può riaprire le porte al cento per cento degli spettatori. E per una volta sarà anche bello tornare a fare la fila per mangiarsi un panino magari carissimo. «Eppure a volte penso che i numeri della nostra Federazione, da anni in costante aumento, non vengano apprezzati e compresi come meritano, come pure la dimensione raggiunta dal nostro tennis. Non riesco a capire perché, spero che in futuro le cose cambino, intanto aggiungo un altro dato: rispetto al 2019, l’ultimo anno del torneo con ingresso pieno, il segno più della prevendita è salito al 22%. Ho chiesto al mio staff di fare una ricerca, se esiste in Italia un’altra manifestazione sportiva che abbia numeri così impressionanti».

Angelo Binaghi, 62 anni il prossimo 5 luglio, ex numero 16 della classifica italiana («ma ero più bravo nel doppio, ho vinto due volte gli Assoluti nel misto),) è presidente federale dal 2001. Ingegnere, ricorda dl avere cominciato difendendo i diritti di alcuni circoli della sua Sardegna («un vecchio presidente federale ce l’aveva con loro perché non lo avevano votato»), poi è stato consigliere, adesso è arrivato al sesto mandato consecutivo. Non piace a tutti, ma dice quello due pensa, e non ha paura di farsi qualche nemico.
«Nel 2001, quando sotto arrivato, la Federazione era stata appena commissariata dal Coni. A dicembre la società che deteneva i diritti pubblicitari degli Internazionali e degli altri nostri tornei ATP fallì, lasciando un buco nel bilancio federale di circa 10 milioni di lire, quando in totale il nostro bilancio era appena del doppio. Da lì abbiamo cominciato a lavorare e i risultati alla fine sono arrivati Nel 2003 gli Internazionali perdevano circa 4 milioni di lire, nel 2019 hanno registrato un farnurato di 33 milioni di euro…».

Con il boom di spettatori e di incasso ormai certi, anche questa edizione degli Internazionali farà riscrivere l’albo dei record. Aspettando l’upgrade da parte dell’Atp, che dal 2023 dovrebbe portare la durata del torneo a dodici giorni di main draw più altri tre di qualificazione, con tabellone di 96 giocatori.
«Ho sentito pochi giorni fa Gaudenzi (presidente del’Atp, ndr) che mi ha confermato che dovrebbe essere tutto a posto. Il nuovo format del circuito sarà probabilmente annunciato durante il Roland Garros, dopodiché metteremo in vendita i biglietti per l’edizione 2023».

Le prequalificazioni (tornate quest’anno, con la partecipazione di circa quindicimila giocatori, dagli amatori in su) sono diventate ormai un aperitivo molta divertente, che ha anche un suo pubblico di appassionati e die fa di Roma il torneo più “partecipato” del mondo.
«Le ho inventate io, malgrado Palmieri (storico direttore degli internazionali, figlio del mitico Giovanni, vincitore del torneo nel 1934, e anche ex agente di John McEnroe) non fosse d’accordo. Ma d’altra parte Sergio era contro le Atp Finals a Torino, contro la joint venture con il Coni… Quando lui è d’accordo con me allora sì che mi preoccupo. Scherzo, Sergio è una colonna del nostro tennis».

Torniamo al tennis giocato. Peccato per l’assenza di Berrettini, il nostro numero 1, ci possiamo comunque aspettare un exploit degli azzurri?
«Per prima cosa, ricordo che un anno fa la semifinale raggiunta da Sonego fu sicuramente un grande risultato. Per il resto, Sinner, anche Fognini, possono approfittare del momento di transizione che stiamo vivendo, tra il vecchio e il nuovo tennis. A causa anche dei problemi vari che a volte frenano i campionissimi Djokovic e Nadal, il numero dei possibili vincitori è in aumento. I primi due Master 1000 della stagione sono stati vinti da Fritz e Alcaraz, l’imprevedibilità è ormai una costante, e questa non può che giovare al mondo del tennis. Senza contare poi che Sinner e Musetti sono giovanissimi, Berrettini e Sonego hanno 26 armi, il futuro è dalla parte del tennis azzurro».

Per quanto riguarda il tennis femminile, la qualificazione alle finali della Billie Jean King Cup è un segnale importante.
«Dopo il periodo d’oro di Pennetta, Vinci, Schiavone ed Errani, con la vittoria in quattro edizioni della Fed Cup e in sei tornei dello Slam, di cui due in singolare (Schiavone al Roland Garros e Pennetta agli US Open, ndr), abbiamo subito un calo fisiologico. Ora stiamo risalendo posizioni, grazie alle vittorie di Giorgi, e poi Paolini, Cocciaretto, Bronzetti che sta venendo su bene… Diciamo che i risultati attuali sono nella nostra media storica».

Al suo primo anno da presidente federale, il numero 1 del nostro tennis era Andrea Gaudenzi, numero 54 Atp, seguito tra i Top 100 da Sanguinetti (94°) e dal povero Luzzi (96°). Meglio andavamo nel 2001 tra le donne, Silvia Farina era 14a nel ranking Wta, davanti a Rita Grande (24a) e Francesca Schiavone (31a). Ora la situazione è nettamente migliorata, dopo la generazione d’oro femminile abbiamo tra gli uomini un Top 10 e… mezzo, più altri che inseguono da vicino. In questa crescita, ritiene di essere stato più bravo o più fortunato?
«Sicuramente più fortunato, pero siamo stati anche bravi a lavorare con il nostro gruppo dirigente, a portare idee e innovazioni, un nuovo sistema. Adesso tutti parlano della collaborazione tra coach privati e federale, ma era una cosa banale. Difficile è stato semmai imporre ai nostri dirigenti e ai nostri coach una visione più ampia e più moderna della questione, e agli allenatori privati far capire che con la Federazione si poteva e si doveva andare d’accordo. Il bello è che vengono da noi i francesi, si considerano in crisi e ci chiedono la formula magica. “Ma se l’abbiamo copiata da voi”, rispondiamo…».

Il docufilm “Una squadra”, in onda nei prossimi giorni su Sky celebra la gloria del quartetto storico del nostro tennis formato da Panatta, Bertolucci, Barazzutti e ZugareIli, e della Coppa Davis vinta nei 1976. ll loro successo, anche mediatico e popolare, può essere ripetuto mezzo secolo dopo dai nostri atleti?
«Per ora ci manca una vittoria in Coppa Davis, oppure in uno Slam. Però, rispetto a quella generazione, la nostra struttura di vertice è più robusta, e quindi forse più duratura».

I campioni del 1976 hanno confessato di sentirsi quasi abbandonati, donati, che le loro vittorie non sono state sufficientemente celebrate o ricordate negli anni.
«Non lo so, bisognerebbe renderne conto ai dirigenti sportivi del tempo… Per quanto mi riguarda, la mia Federazione forse ha preferito celebrare di più le vittorie delle donne, che abbiamo vissuto in diretta. E comunque vorrei ricordare che le trasmissioni di SuperTennis cominciarono proprio parlando della vittoria in Cile, e che anche il materiale utilizzato da Domenico Procacci nel suo docufilm è stato fornito dalla Fit, dopo aver digitalizzato tutto il parabile in accordo con la Rai».

Dopo gli internazionali, le sfide della Fit proseguiranno con l’organizzazione del girone di Coppa Davis a Bologna, poi le Next Gen a Milano e le ATP Finals a Torino. A proposito di queste ultime, tra tanti complimenti sono emerse delle criticità. State provvedendo?
«La prima edizione delle Atp Finals di Torino è stata un grande successo, riconosciuto da tutte le componenti del nostro mondo. Poi certo, saranno sicuramente potenziati alcuni servizi, però voglio ricordare che i problemi maggiori furono relativi ai biglietti, in conseguenza della decisione scellerata del Comitato Tecnico Scientifico, di diminuire la capienza a pochi giorni dall’inizio delle partite».

E poi c’è il capitolo padel. Qualche anno fa, l’allora capitano di Coppa Davis ci disse di considerarlo un fenomeno “solo romano”, che sarebbe scomparso dopo poco tempo. La verità, sembra, è un’altra.
«Forse allora abbiamo fatto bene a cambiare capitano di Davis… Il padel andrebbe studiato, ha dei numeri in crescita clamorosi, è un fenomeno sociale che coinvolge tutte le classi: sociali, di età e di genere, avendo più donne che uomini in campo. Altro che fenomeno romano…».

A fine mese, il Foro Italico ospiterà l’Italy Premier Padel Major.
«Vale uno Slam di tennis, è uno dei quattro principali tornei del nuovo grande circuito mondiale. Il primo si è giocato a Doha, poi Roma, il Roland Garros e infine il quarto in Messico, a Monterrey. Le gare principali si giocheranno all’interno della Grand Stand Arena».

Dei suoi ventuno anni di presidenza, cosa la rende più orgoglioso?
«La nascita di SuperTennis. La nostra televisione ha cambiato la percezione del tennis, è stata anche considerata – da uno studio dell’università Bocconi – l’nvestimento più profittevole sotto il profilo economico della Federazione. Di SuperTennis si giovano tutti, dai circoli ai maestri».

Il prossimo obiettivo?
«Noi siamo oggi la seconda federazione in Italia per fatturato e per numero di tesserati (575.000, ndr), dietro il calcio. Investendo gli utili derivanti dalle grandi manifestazioni internazionali vogliamo diventare lo sport con il maggior numero di praticanti, possiamo riuscirci introducendo il tennis nelle scuole e creando tanti nuovi campi di tennis e di padel».

Un progetto ambizioso, considerando i numeri del calcio (nel 2019 1,4 milioni di tesserati e 4,6 milioni di praticanti).
«Anche lei è scettico, anche lei ha una visione dello sport troppo calcio-centrica. Ma la crescita che ha avuto il tennis dimostra che tutto è possibile. Ne riparliamo fra ne o quattro anni».

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