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DA HASKOVO ALLA GLORIA, ECCO GRIGOR IL PREDESTINATO

Questo contenuto è stato pubblicato 8 anni fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali d’Italia.

Haskovo è una cittadina bulgara a due passi da Grecia e Turchia, che miscela etnie balcaniche ed est europee fino a mettere insieme 100.000 anime.
Grigor Dimitrov ha compiuto 23 anni nel giorno in cui ha raggiunto la sua prima semifinale Masters 1000 della sua carriera, in un’edizione degli Internazionali BNL d’Italia che non dimenticherà. Viene da chiedersi come si compie il tragitto che dal sud della Bulgaria, Paese privo di tradizione tennistica, ti porta ad essere protagonista nel mondo dorato del tennis globale, con la piacevole invidia della metà maschile del pianeta in qualità di giocattolo preferito di Maria Sharapova. Quel tragitto si compie con un braccio baciato dalla divinità più democratica e insieme iniqua dell’Olimpo, il dio Talento. E, ovviamente, una faccia da moro birbante che acchiappa lo sguardo di chiunque lo incontri, non solo quello delle siberiane ricche, famose e dagli occhi verdi.

Mentre Roger Rasheed gli spiaccicava in faccia una torta di compleanno alle fragole, sul Centrale del Foro Italico, abbiamo avuto l’occasione di osservare in prima persona un momento importante. Un’istantanea scattata durante lo svolgimento di un processo, in corso da qualche anno e non ancora portato a compimento. Ha appena approfittato del ritiro di Tommy Haas, altro adone del circuito, per la solita spalla dolorante, dopo averlo dominato nel primo set. “E’ uno dei momenti più significativi della mia vita”, dice senza remore il bel bulgaro. Grigor sembra – è – una persona felice. Felice per la vittoria, felice per il compleanno, felice di essere al centro dell’attenzione nel modo più positivo possibile. Ad uno ad uno, questi pezzi di consapevolezza andranno al loro posto, formando il mosaico completo che porterà questo ragazzone in vetta al ranking ATP. Perché, a meno di imprevisti piuttosto clamorosi, prima o poi quel braccio fortunato lo aiuterà a diventare il numero uno.

“E’ un processo in corso” dice Grigor quando gli fanno notare che lui, Kei Nishikori e Milos Raonic stanno avendo finalmente un impatto sensibile sul tennis di vertice: “Da un po’ stiamo lottando per emergere, abbiamo ambizioni elevate. Ma le hanno tutti: è una battaglia, là fuori”. Il fatto è che lui è senza ombra di dubbio il più attrezzato di tutti. Non ha il fisico di cristallo del giapponese, né la monodimensionalità del canadese. Ha dimostrato un certo coraggio voltando le spalle a Stoccolma, città che l’aveva ospitato per un anno come new entry nel team GTG di Magnus Norman e che gli ha regalato il primo titolo ATP della sua carriera, a fine 2013. Ha scelto l’australiano Rasheed, che oltre a tirare torte di compleanno è noto anche per il suo essere molto esigente. “Il nostro piano di lavoro è dare il 100%, che sia un allenamento o una partita. Non ci poniamo obiettivi, perché sappiamo che basta fare quello per far arrivare i risultati”.
Il suo punto debole, evidente fin dalle sue prime apparizioni e mai del tutto risolto, è sempre stata la coordinazione della parte inferiore del corpo. Elegantissimo nello swing e nei gesti, incerto e quasi sgraziato nel gioco di gambe. Rasheed sta lavorando duro anche e soprattutto su questo.

Oggi il mondo sorride a Grigor. E’ il tennista più giovane tra i Top 20, ha abbattuto il tabù costituito dalle fasi finali dei Masters 1000, e a festeggiarlo avrà anche una fidanzata famosa tanto per la bellezza quanto per la bravura. Difficile chiedere di più. Ma dei 23 anni spesi su questa terra, gli ultimi gli hanno insegnato una lezione piuttosto importante: “Pensavo mi sarebbe venuto facile”, dice Grigor della transizione al mondo dei grandi, dopo una carriera fenomenale da junior. Manco a dirlo, si sbagliava: “Ricordo nel 2009 di aver ottenuto la mia prima vittoria ATP a Rotterdam, contro Tomas (Berdych, battuto anche qui a Roma giovedì, ndr). Pensai ‘ce l’ho fatta’. Non ci ero nemmeno andato vicino”. Non dare nulla per scontato sembra ciò che deve fare per ottenere ciò che ormai scontato sembra a tutti: la prima, grande affermazione di una carriera che di reali limiti non ne ha.

“Ho ancora molti compiti per casa da fare” dice Grigor. Perché nemmeno i fortunati sono esentati dal duro lavoro. L’unica differenza con il resto dei comuni mortali è che, per uno come Dimitrov, fare i compiti significa diventare il più forte del mondo.

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