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UNA STELLA ESTONE AL FORO
Kontaveit, poche parole e tante ambizioni

Questo contenuto è stato pubblicato 5 anni fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali d’Italia.

La osservi per qualche minuto, ascolti quello che dice e capisci che gli estoni avevano ragione, a sentirsi così diversi dai loro ex connazionali. Anett Kontaveit è una bella ragazza, sorridente ma un po’ algida, persino austera. E’ la protagonista del giorno agli Internazionali BNL d’Italia, dove ha raccolto un successo di prestigio contro Angelique Kerber, numero 1 del mondo. Non è la miglior Kerber, ci mancherebbe, ma portarle via dieci giochi consecutivi non è così banale. Sotto 4-2, Anett ha preso a picchiare duro (soprattutto col dritto) e si è imposta con un netto 6-4 6-0. Non è ancora la più forte estone di tutti i tempi, perché sia la Ani che (soprattutto) la Kanepi sono salite più in alto della sua 68esima posizione, ma il tempo per superarle non manca. Il sorpasso sulla Ani, n. 63 WTA nel 2006, si concretizzerà lunedì prossimo. Tuttavia, è la prima giocatrice “nata” già estone, dopo che il 20 agosto 1991 fu proclamata l’indipendenza dopo lo sgretolamento dell’Unione Sovietica. Anett è nata a Tallinn, la capitale, il 24 dicembre 1995 e ha vissuto un percorso tranquillo, figlio di un paese che si sente più nordico che balcanico, figurarsi sovietico. L’Estonia nasce dalla stirpe ugrofinnica. I suoi abitanti sentono vicini alla Finlandia: clima, abitudini, cultura, tutto. La Kontaveit è così, anche se ha già manifestato il suo amore per Roma. Non solo su Instagram, dove qualche giorno fa aveva postato un’immagine da Piazza Venezia, ma anche nelle parole dopo il successo sulla Kerber. “Non appena sono arrivata a Roma mi sono trovata benissimo, il posto è stupendo, ami campi e l’atmosfera. C’è tante gente, il clima è speciale”. Ma la sua natura emerge quando le si chiede cosa ha pensato dopo il matchpoint. “Non lo so, sinceramente non ricordo”. Non le piace esprimersi troppo, come se amasse far parlare solamente la racchetta. “Credo che sia un vantaggio aver giocato le qualificazioni, mi ha permesso di arrivare più allenata. Anch’io ho i miei piccoli traguardi, qualcuno l’ho ottenuto. Ad esempio, speravo di entrare tra le prime 70”. Ora è numero 68 ma salirà, probabilmente in fretta. L’avventura di Anett è iniziata a 3-4 anni, quando si è inserita in uno dei camp organizzati da mamma Ulle, maestra di tennis.

Le prime lezioni vere le ha avute a 6 anni, ma da bambini – si sa – si fanno un mucchio di cose. Ad esempio, canto (faceva parte di un coro) e, soprattutto, danza popolare. Era molto brava, tanto da partecipare alla Dance Celebration, una specie di festa nazionale. “Ogni estone deve parteciparvi, almeno una volta nella vita” scrive Anett sul suo sito ufficiale. A un certo punto, il tennis ha preso il sopravvento. Il suo è stato un percorso tutto sommato lineare, salvo la mononucleosi che l’ha bloccata a fine 2014. Non sappiamo se esista un rapporto di causa effetto, ma risale a quel periodo la decisione di abbandonare l’Estonia per costruire un progetto più ambizioso. Si è spostata addirittura in Turchia, per lavorare con Paul McNamee. Il 2015 è andato bene (ha colto gli ottavi allo Us Open), il 2016 meno. E allora, una scelta coraggiosa e importante: da un annetto lavora con Gleen Schaap, olandese, coach d’esperienza e dal background decisamente importante, scippato alla federtennis svizzera. Ha lavorato con una ventina di giocatrici, e le ha portate tutte a esprimere il meglio. Di queste, Jennifer Capriati e Dinara Safina addirittura al numero 1 WTA. “Ho detto ad Anett che ho lavorato con parecchie giocatrici, prendendole quando erano ancora lontane dal top. Abbiamo raggiunto il massimo con niente di diverso dal duro lavoro. Anett è una persona amabile e aperta. Ha capito che devo lavorare duro e che avremo momento buoni e meno buoni. Ha un potenziale immenso per diventare una giocatrice straordinaria”. La strada è ancora lunga, ma forse proprio a Roma può essere nata una stella. Che poi, se si scava un po’, scopriamo che anche lei vive le sue emozioni. Quando aveva 12 anni e stava giocando la finale di un torneo in Estonia, un passerotto passò per il campo e fu steso da un suo rovescio. “Un episodio strano e triste”, lo definisce oggi. Vezzi? Poca roba: forse la collana che indossa sempre, da anni, con la scritta “Anett”. Un vero portafortuna. Ammesso che in Estonia esista la scaramanzia.

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